La teoria del bello nel mondo hi-tech.

Siamo cresciuti a pan di “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” ma ci si può fidare di questo detto popolare a 360 gradi?

Nella libertà risiede il concetto di bello:

bello
bèl·lo/
aggettivo
  1. 1.
    Capace di provocare un’attrazione fisica o spirituale fine a sé stessa, in quanto degno di essere ammirato e contemplato.
  2. 2.
    estens.
    Gradevole, capace di suscitare impressioni piacevoli.

che potrebbe essere applicato, e nemmeno senza troppe difficoltà, anche al mondo della tecnologia (tanto per fare una cosa diversa).

Questa riflessione è nata dall’ultima visita che ho fatto a un Apple Store (sempre senza troppa passione, devo ammetterlo – sotto l’implicita richiesta di comportarmi bene e non sbandierare ai quattro venti quanto proprio non mi piacciano i prodotti della Mela) finalizzata alla visione dell’Eletto, a quell’oggetto che dovrebbe – nelle intenzioni – rivoluzionare il mondo degli smartphone e affini. L’iPhone X (ics, dieci, decimo – insomma come vi pare) il rivoluzionario, il più figo/performante/leggero/pesante/grande/piccolo e ciò che più vi piaccia, meta di pellegrinaggio e di adorazione collettiva. Ma è poi vero che sia er mejo der mejo?

I numeri, ovviamente, non possono che parlare chiaro e decretare la vittoria della strategia della casa americana: far passare per la scoperta dell’acqua calda una realtà già esistente e consolidata. Android, Windows, BlackBerry (con il sistema proprietario BB10) e Jolla, hanno reso i propri smartphone gestibili attraverso le gesture, se non completamente quasi nella loro totalità. Per intenderci, non si parla di tappare sulla “x” per chiudere un’applicazione, o scattare una fotografia, ma di gestire il sistema operativo sostituendo il tasto Home – fisico o virtuale – con una serie di movimenti consolidati e riconosciuti che non prevedano soltanto il tocco.

(sono solamente io a ricordare di quanto gli iPhoniani non potessero vivere senza tasto fisico Home e di quanto schifassero le gesture?)

Ma sto divagando. In realtà non mi interessa affatto chi sia stato a creare questo tipo di sistema anche perché non si può parlare di bellezza in questo caso ma di praticità. Ciò che mi ha colpita – e affondata, esanime e senza possibilità di ripresa – è stato un commento: “Quel display è la cosa più bella che abbia visto finora”.

Parliamone.

Non ho la pretesa di essere latrice del bello universale – fermo restando ciò che ho detto in apertura – ma di smartphone ne ho visti tanti. Al di là del mio gusto personale (che prescinde peraltro dal fatto che questo coincida con ciò che è alla base del principio con il quale scelgo il mio “compagno” di quotidianità: tastiera fisica e gestione delle email) sono obiettiva e aperta al confronto. Meizu, Shamu, Xiaomi (basta googlare un po’ per trovarne di veramente belli e, al tempo della loro uscita, innovativi) si sono affacciati sul mercato molto tempo prima dell’X con bordi ridotti al minimo e una pulizia stilistica ineccepibile. Quindi?

Al di là delle caratteristiche tecniche dell’iPhone di cui in questione, e dei bordi stondati, il display presenta quella simpatica banda nera a livello della fotocamera frontale che evidenzia un paio di corna nelle quali sono state poste le informazioni riguardanti l’ora, la carica della batteria, la potenza del segnale, e altre indicazioni “marginali”. Dunque, perché parlare di bello?

Può almeno considerarsi pratico? E qui vi volevo. Una mia amica, configurando il Samsung che regalarono alla figlia per l’Eucaristia, disse che era una procedura complicatissima (ci riesce anche mio padre che proprio una cima non è) e che era esattamente per quel motivo che preferiva il suo iPhone – sostanzialmente un telefono a prova di scemi. Ora immagino orde di gente, più o meno attempata, più o meno smaliziata con la tecnologia, costrette a dover imparare a gestire tutto con il movimento di un semplice ditino e, nel contempo, fustigarsi con un gatto a nove code per aver investito non pochi dindini nell’acquisto di colui che tutto può (anche condurre alla pazzia).

Alla luce di quanto detto (e anche piuttosto succintamente) si potrebbe quasi affermare che il bello non esista, laddove continui a esistere però la libertà. Sostanzialmente sono libero di farmi piacere ciò che voglio, e ritenerlo la cosa più bella che abbia avuto la fortuna di vedere sul pianeta Terra ma non di imporre la mia opinione come se fosse oro colato, un dogma al quale tutti debbano attenersi.

Nell’àmbito di una società volta al rispetto degli altri bisognerebbe imparare a dire: a me piace – ma non quanto è bello.

17 thoughts on “La teoria del bello nel mondo hi-tech.”

  1. Parole argute e assolutamente attendibili, oltre che ragionevoli. Quanto alla tendenza all’imposizione della propria opinione – anche estetica – purtroppo è un effetto collaterale di questa iper-globalizzazione…

  2. Vittorio Sgarbi direbbe che esiste una bellezza soggettiva ma ne esiste anche una oggettiva, quindi comune a tutti gli umani. Non saprei ripetere le sue argomentazioni ma quando le ascoltai mi parvero piuttosto convincenti.

    Per ciò che concerne Apple un po’ tutti commettono un errore fondamentale, che è quello che poi porta a non aspettarsi cinquanta milioni di pezzi in pre-ordine su un oggetto costoso come l’IPhone X:
    Tu parli di tappare qualcosa, di caratteristiche e di operatività… ma tutto ciò non è applicabile ai prodotti Apple.

    Il prodotto Apple incarna appieno l’essenza dell’essere occidentali (o di desiderare di esserlo): il bisogno di avere ciò che piace e non ciò che è necessario.
    Noi facciamo nostro ciò che vogliamo avere senza limitarci a quello che banalmente ci serve.
    Questa, oltre ad essere l’essenza della condizione di “occidentalità”, è anche espressione diretta e tangibile di grandissima libertà.

    Se lo desideri puoi chiamare tale espressione di grandissima libertà con il più comune appellativo di “potere e dominio”.

      1. Certo, ma con una differenza non di poco conto: noi possiamo esercitare tale libertà, gli altri non sono nelle condizioni di farlo e quindi non sono altrettanto liberi.
        Va da sè che questa è una condizione comune a tutte le zone del mondo ad elevato reddito procapite, quindi non va intesa come “questo rende di per sè migliori noi occidentali… tanto meno se occidentali-italiani”.

    1. Ricordo una discussione che ebbi circa vent’anni fa con degli amici d’infanzia sulla teoria del bello “oggettivo”. Credo che nella definizione di bello postata da “ant” risieda la fondatezza dell’opinione di Sgarbi e di coloro (come il sottoscritto) che reputano “il bello” un dato “oggettivo”.
      Se infatti “bello” è qualcosa che produce attrazione fisica e spirituale in sè, mi pare implicito che tale attrazione prescinda dalla valutazione, soggettiva appunto, che ne può dare colui che contempla il bello.

  3. Apple ha incarnato nei propri prodotti il marketing emozionale, facendo del packaging uno dei motori primari del suo business. Attraverso quel design bianco e minimale dei primi iPhone è riuscita a creare nel tempo una condizione di esclusività che l’ha differenziata dagli altri produttori intenti per anni a presentarsi sul mercato con lo stesso tipo di prodotto di consumo dal colore nero, mantenendo nel tempo quell’eccitamento costante creato anche attraverso le presentazioni, le famose keynote. Ha creato anche un software in grado di integrare esclusivamente i propri prodotti escludendo di fatto ogni altro dispositivo, ed oggi viene ripagata con un’intera comunità di individui irreprensibile sulla scelta del dispositivo da tenere in casa o in tasca. Talmente affezionata da fidarsi del brand senza sapere realmente che cosa sta comprando costi quel che costi; provate a chiedere al vostro amico che possiede un IPhone quali siano le sue caratteristiche tecniche: nella stragrande maggioranza dei casi non sarà in grado di rispondervi.

    1. Perché dovrebbero saper rispondere?
      Forse un cliente Missoni ha necessità di conoscere da quale parte del mondo arrivano le lane con cui è stato realizzato il suo maglione o uno di Zegna è esperto nel tipo di punto usato per unire la tomaia alla suola delle sue scarpe?
      Gli iPhone non sono oggetti tecnologici ma appartengono al settore del lusso.
      Naturalmente possono anche telefonare, così come le scarpe Zegna consentono di camminare ed i maglioni Missoni tengono caldo, ma non è quella la loro destinazione d’uso primaria.

    2. L’espressione “a me piace” suona come una sberla, data a cinque dita, sulla guancia di chi, quand’anche in buona fede, fa obiezioni per lo più spontanee sullo strumento, tecno e non , in nostro possesso.
      Ognuno ha le proprie necessità, che non escludono affatto i giochi, lo svago e la coltivazione della mente o il benessere sociale.
      Tanto premesso, vorrei precisare, in linea generale, che le motivazioni che spingono all’acquisto di un dispositivo coincidono esattamente con le priorità individuali . Il prezzo, lo status symbol, la scocca di acciaio, passano in secondo ordine rispetto alle funzionalità primarie e alle peculiarità dello smarthphone utili per se’ stessi.
      Poco centra l’esibizione degli strumenti di comunicazione, peraltro attualmente tutti benfatti, e tutti supertecnologici, a meno che fin dall’infanzia non ci portiamo dietro complessi di repressione da ripiegare sugli oggetti.
      Non mi trattengo peraltro dal dire con pacatezza che adoro Blackberry OS10, perchè oltre alla modernità anticipata di diversi anni, esegue brillantemente e incomparabilmente la gestione di posta, l’archiviazione documentale, la ricerca e non per ultimo le prestazioni contestuali e connesse direttamente alle notifiche con l’asterisco.
      Posso dire con senso logico di essere molto soddisfatta.
      Tuttavia riconosco con altrettanto filo logico che il campo hi-tech ha fatto passi da gigante in modo repentino. Siamo giunti in una fase di interlocuzione diretta con l’Intelligenza Artificiale, con l’Automotive, oltre che all’applicazione dei sofisticati software nel settore medicale e della sicurezza informatica nella lotta contro i devastanti Ransomware, e dunque, non egoisticamente, bisogna attrezzarsi per il prossimo futuro per il raggiungimento di una maggiore tutela oltre che individuale, anche dei nostri cari.
      La sicurezza a piu’ livelli, quella per la quale il mio brand sta lottando con anima e corpo, non è in alcun modo riservata solo ai dati aziendali, che pur rappresentano le risorse economiche delle nostre famiglie da preservare con le unghie contro ogni sciacallaggio.
      Silvana

  4. Per cui apparire anziché essere? Ci sta, un oggetto esibito e mostrato per differenziarsi a qualsiasi costo, questo è quello che la società di oggi tende a far emergere, una lotta continua per essere davanti a tutti. Quindi addio al concetto dell’absolescenza programmata ma creazione dell’obsolescenza emozionale per giustificare un’applicazione che si apre con una velocità di un nanosecondo inferiore al modello precedente, decimi di secondo guadagnati sull’economia temporale di una giornata, caratteristiche fotografiche mirabolanti i cui risultati debbono essere postati sui vari social; la visibilità.

    1. Credo che la tua replica sia indirizzata a me; così non fosse credo venia.

      No Diego, non sono riuscito a farmi comprendere.
      Non esibito ma posseduto.
      Il vero appassionato del lusso non acquista il “bello” per esibirlo… quello lo fanno i tamarri ed i pidocchi arricchiti.
      Chi apprezza il prodotto di alta qualità, e quindi di alto prezzo perchè la qualità ha un costo, lo fa innanzi tutto per sé stesso, per a gioia di possederlo e poterlo toccare.
      C’è una cosa che accomuna i Rolex agli iPhone: la cura costruttiva dedicata alla realizzazione della parte esterna, quella immediatamente visibile e tangibile, è la medesima che viene impiegata per quella interna, che invece nessuno vedrà mai.
      Nessuno la vedrà mai (nel caso dei Rolex qualcosa attraverso il fondo cassa trasparente, ma non le firme contenute nella meccanica), ma non ha importanza: l’appassionato si questo genere di prodotti sa che sono fatti così.
      Tantissimi anni fa i “cipolloni” di pregio avevano la cassa apribile proprio per consentire al loro possessore di rimirarne le fatture interne; oggi questa abitudine è stata abbandonata perchè creava mille problemi ai meccanismi, ma il concetto permane immutato sebbene non direttamente sperimentabile.

      A me è capitato si assistere ad uno scambio di vedute fra due ragazzi, che qui ti riporto:
      Lui: ma come, hai un iPhone e lo tieni dentro il guscio? a che ti serve averlo se poi non lo mostri?
      Lei: serve a me, di quello che vedono gli altri non me ne importa un beeeeeeppp.
      I due ragazzi avranno avuto una ventina d’anni.

      Ecco, la ragazza è una VERA utente-tipo Apple.

      Poi, naturalmente, ci sono tamarri e pidocchi arricchiti.

      Quelli che badano alle caratteristiche fotografiche, alla praticità d’uso, al confronto tecnologico con gli altri telefoni… beh, quelli non capiranno mai perchè un iPhone X da 1200$ fa cinquanta milioni di pezzi in pre ordine.

      1. Anche io sono una vera utente ma di tutt’altro.
        E pensi che per un prodotto valido faccia impressione il costo di euro 1200, ammortizzato negli anni di lunga vita di un iphone? Una ratina di 100 euro al mese per 12 mesi e senza intressi, e il problema è risolto. In fondo è un investimento.
        Mia nonna diceva sempre: meglio una grande festa che tante festicciole!
        Ma come dicevo nel mio precedente post, si sceglie per priorità individuale, non per mostrare quand’anche fosse, di essere occidentali integrati.

        1. Noi due ci conosciamo da tanti anni e siamo stati sempre su posizioni diametralmente opposte, non tanto per il giudizio dato riguardo ad uno specifico oggetto o ad un’azienda… ma proprio nella capacità di provare una passione enorme ed irrefrenabile per qualcosa di diverso da un essere vivente.
          E’ una cosa che mi accorgo essere piuttosto comune… ne vedo altrettanta nei gruppi Microsoft, in quelli Apple, nei tifosi della squadra di calcio locale che terrorizzano il povero Chicco con i maledetti petardi… insomma in tante cose che in ultima analisi sono solo oggetti impersonali.
          E’ un tipo di passione che mi è completamente alieno, semplicemente non lo provo, non l’ho mai provato, presumibilmente mai lo proverò… e quindi sono incapace di comprenderlo.
          Visto che sai scrivere bene, te la sentiresti di spiegare la passione in un articolo?
          Non la tua passione specifica, ma quel tipo di passione allargato al caso generale, magari partendo dalla TUA passione per allargare il concetto.
          Così magari pure un povero cretino come me inizierebbe a comprenderla 🙂

          Fede

          1. ……….semplicemente sono un soggetto passionale, del segno Ariete.
            In genere mi conquistano gli artisti che riescono a trasmettermi, con la musica e la poesia, messaggi profondi, come la propulsione al riscatto negli uomini umiliati dalle prevaricazioni; sono rapita altresì dai creatori della tecnologia certificata, i cui brevetti non son altro che le fondamenta stabili ove poter erigere processi tecnologici costruttivi ed evolutivi, al servizio delle persone, e non dei soli profitti.
            E’ percezione o passione quando mi immergo nei colori caldi di un tramonto autunnale oppure nell’azzurro profondo del mare in una giornata di sole accecante?
            Vorrei spiegarmi il mistero antico di un sogno segreto che ho fatto per lungo tempo da bambina quando vedevo comparire tutte le notti accanto al mio letto un bimbo con i calzoncini corti e una maglietta rossa…che mi fissava mentre dormivo. Questa è passione per i segnali che giungono dalla vita o è curiosità mistica?
            Capacità, inventiva individuale, progettualità, dedizione umana, bellezza del creato colgono la mia passione……lo ammetto, …. ma mancano le cose inanimate! E già…le avevo trascurate!
            Gli smarthphone per esempio sono semplici utensili o si collocano come opere della futuristica espressione comunicativa?
            Penso convintamente che hanno una personalità, che si esprime attraverso un linguaggio propedeutico del sistema operativo, soprattutto quando sono ben costruiti con materiali accurati e ricoprono un ruolo di efficienza o di utilità estrema per le nostre attività prioritarie. In tal caso si denota il grado di intelligenza la cui appartenenza spetta meritevolmente al genio umano che ha saputo creare un concept articolato durante la fase di progettazione o engineering.
            Possono così, anch’essi, alimentare la nostra passione oltre che la fantasia, poiché si trasformano in entità inseparabili ed indispensabili, come fossero archivi di gelosa custodia delle nostre più intime aspirazioni, proiettandoci sempre più nella inter-comunicabilità universale.
            Silvana

            1. Anche io non capisco le passioni per gli oggetti… si, ad alcuni tengo di più perché ci sono affezionata ma non posso dire di provare una passione. Rimangono degli oggetti, ed in quanto tali se ne vedo di più allettanti di Marche diverse, magari più tecnologici, li compro. Prima avevo paura di sperimentare, ma adesso non mi soffermo più su un particolare oggetto… in fondo anche il mondo è in continua evoluzione. Attenzione perchè una grande passione può sfociare nella non razionalità, una non razionalità che non dà via di uscita e potrebbe trasformarsi in ossessione.

              1. Una passione non è passionalità irrazionale, ma è impegno totale e dedizione per tutto ciò che capta il nostro interesse dagli orizzonti sempre più ampi.
                Opere di pittura, scultura e componimenti musicali, sarebbero oggi oggetti inanimati e spartiti su semplice carta da riporre in un cestino, qualora l’umanità intera non ne avesse colto il pensiero geniale e la capacità artistica degli autori, per secoli e secoli.
                Tecnologia, legislazione, diritti umani, tradizioni, cultura, sono in continua evoluzione, persino la nostra alimentazione.
                Banalmente io non potrei più mangiare alcuni cibi dell’era dei miei nonni. Decisamente troppo coriacei, basti pensare ai benefici legumi o al pane integrale dei vecchi forni a legna.
                Lo studio biologico ed evolutivo in laboratorio dei prodotti agricoli primari è volto proprio al miglioramento genetico ed enzimatico, nonchè all’innovazione varietale, eseguibile sia con tecniche classiche che con processo di ibridizzazione. Ne consegue, in tal modo, una classificazione specifica ossia una caratterizzazione nutrizionale con profilo differenziato.
                Un classico esempio può essere il grano Cappelli ottenuto dal genetista Nazareno Strampelli – agli inizi del XX secolo presso il Centro di Ricerca per la Cerealicoltura di Foggia.
                Infine il trattamento agroalimentare, anch’esso sempre più sofisticato e innovativo per la preparazione e la conservazione del prodotto finito, pronto sulle nostre allegre tavole, ne rafforza il consumo e l’assoluta biodisponibilità quotidiana.
                Rientro nel discorso.
                La filosofia, il concept e lo studio serio di un brand sono le componenti di base per la realizzazione di smartphone con specifico DNA, relativo alla sicurezza o all’utilizzabilità sostenibile, con ridottissimo spreco energetico per la salvaguardia ambientale.
                Tutto cio’ Trilly, non può NON tradursi in una progettualità umana di noto spessore, in assonanza con il carattere ben definito di un’azienda storica dal Know-how garantito.
                Inoltre il brand de quo non può NON disporre di ricette fatte in casa per l’evoluzione dei prodotti con il proprio marchio, tanto è che il nuovo sistema operativo è autenticato ogni giorno sulla base dei propri parametri.
                Un saluto, Silvana

      2. In effetti, se tu presti attenzione al mercato dell’arte, vedrai che gli acquirenti veri – quelli che spendono milioni per un Van Gogh – mai e poi mai si sognerebbero di esporre il dipinto nel salone dei ricevimenti della loro favolosa dimora.
        Probabilmente lo conserveranno gelosamente in un caveau – dove come il Gollum – potranno ammirarlo e manifestare tutta la loro ammirazione con la fatidica frase “Il mio te-soooo-ro”.

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